Alcune mie poesie sono state pubblicate sul blog Poetarum Silva.
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“L’orlo del mondo” di Luigi Natale
La bambina che al sole dorme si copre di neve⎪mentre la sua esile mano⎪tiene saldo l’orlo del mondo. È con questi occhi che Luigi Natale osserva il mondo passando al setaccio le scintille sotto la pelle del reale. L’orlo del mondo è il sogno di un bambino, perché – dice il poeta – si nasce dentro la poesia che non descrive la vita ma, essendo un atto intuitivo, è la vita stessa mentre accade. L’orlo del mondo è dunque un attraversamento delicato delle cose (cfr. la presenza diffusa dei verbi attraversare, passare, o dei sostantivi passo, passaggio, nonché della preposizione attraverso), che da un lato riesce a raccogliere la loro voce intima in grado di scuotere la coscienza, dall’altro è l’antidoto al dolore che invade la vita quando cerchiamo crepe di luce. Ciò credo si possa legare alla matrice del viaggio che, anche nelle raccolte precedenti, caratterizza la sua poesia, addirittura con le notazioni dei luoghi che hanno accompagnato la stesura dei testi o la loro ispirazione; nonché all’immagine dell’acqua (cfr. la presenza di sostantivi come fiume, pioggia, mare, acquazzone, neve) come fluido per portare a galla significati profondi, di cui in questo libro si avverte l’urgente bisogno. L’orlo del mondo è l’atteggiamento di chi non si conosce la strada, pur essendo in viaggio.
Il libro di Luigi Natale è privo di sezioni, come se ci fosse un unico grande discorso che traspare dai suoi componimenti, ossia la corrispondenza tra uomo e natura, tra fuori e dentro, colta mediante lo stupore per la vita e la bellezza, in modo da conferire un valore assoluto agli accidenti, che in qualche modo diventano estensioni dell’universo. Come se, andando a pescare da Anassagora a Nicolò Cusano, ogni cosa fosse in ogni cosa e l’essere di ogni cosa fosse l’essere contratto di tutte le cose. In tal modo si fa spazio l’immagine di un universo a misura d’uomo, non concepito in termini astratti, distanti anni luce: l’universo è sentito sulla mano⎪nel tremore di una genziana.
Le mie poesie su “Atelier”
Il postmoderno è tutta colpa dell’herpes zoster #2
Per chi fosse interessato, pubblico gli appunti della mia conferenza.
Alla fine c’è anche una bibliografia essenziale.
Il postmoderno letterario è tutta colpa dell’herpes zoster
Riporto la prima parte della mia conferenza di mercoledì scorso in Biblioteca a Pordenone nell’ambito delle “Conversazioni sul Postmoderno”.
Avrei voluto iniziare questo intervento dicendo che il postmoderno è un ristorante molto colorato, dove si mangiano diverse cucine nazionali (cinese, etiopica, giordana, thai, indiana), magari aggiornate con un tocco di nouvelle cousine che destruttura ogni piatto o lo presenta in modo esteticamente nuovo. Tra la cucina e la sala da pranzo vi è un pannello trasparente, così che in ogni momento si può controllare cosa stanno preparando i cuochi. Il ristorante è self service: ogni cliente può aggregare a suo piacimento i piatti del menù.
Poi mi sono imbattuto nel magnifico libro di Monica Jansen, una ricercatrice olandese che ha ricostruito la storia del dibattito filosofico e letterario sul postmoderno in Italia – lo ha fatto lei, dalla sua prospettiva straniera e più oggettiva, visto che questo tema nel nostro Paese sembra ancora immerso in una nebbia confusa -. Parlando di Tabucchi, ha citato un ristorante postmoderno presente nelle pagine di Requiem, che secondo lei poteva raffigurare un compendio di quel periodo.
È il Venditore di Storie a spiegare al protagonista del romanzo dove si trova il ristorante:
[...] di fronte al molo c’è un ristorante che prima era una stazione o qualcosa del genere, adesso l’hanno trasformato in un luogo d’incontro polivalente, c’è ristorante, bar, discoteca e non so che altro, è un posto molto alla moda, credo che sia un locale post-moderno. Post-moderno?, dissi io, in che senso post-moderno? Non glielo saprei spiegare neanch’io, disse il Venditore di Storie, voglio dire che è un posto con molti stili, guardi, è un ristorante con molti specchi e una cucina che non si sa bene cos’è, insomma, è un posto che ha rotto con la tradizione recuperando la tradizione, diciamo che sembra il riassunto di varie forme diverse, secondo me è in questo che consiste il post-moderno.
In questo ristorante il protagonista deve incontrare il fantasma di Tadeusz Wacław Slowacki (ovvero Francesco Pessoa), poiché per tutta la vita non si è saputo dare una spiegazione della frase che Tadeus, suo grande amico, gli ha scritto in punto di morte:
è stata tutta colpa dell’herpes zoster.
