Le piccole cose sacre

Morire davanti alla scuola potrebbe essere uno dei migliori modi possibili. Come per un attore il palcoscenico. La morte certe volte fa luce sulla vita di chi muore: il palcoscenico fa parte della vita dell’attore, la scuola fa parte della vita dello studente. Anzi, più che la scuola – che è un contenitore – a far parte della vita di uno studente è il suo contenuto: mettersi alla prova, scoprire passioni, capire ciò che ci sta attorno e come costruire il domani proprio e della comunità.

Ciò che è successo a Brindisi però non può essere questo, perché a morire è stata una creatura di sedici anni e perché purtroppo non era una recita. Che senso ha morire a sedici anni in quel modo? Io non riesco ad aggrapparmi alla speranza cristiana. E credo che anche per un cristiano farlo in questo caso sia piuttosto difficile. Il male irrompe senza senso nella vita di una ragazza e la distrugge.

Naturalmente con quella ragazza è morta anche la sua famiglia. Da ieri costretta a sopravvivere alla cosa più preziosa che aveva.

Però quello che è successo davanti alla scuola di Brindisi riguarda un po’ tutti, al di là dell’ancora incerta matrice della bomba. Perché secondo me davanti alla scuola di Brindisi si è consumato un sacrilegio. Perché la scuola è un tempio fragile e prezioso con un enorme significato simbolico.

Nella stessa mattina di sabato ho spiegato l’aumento della spesa pubblica e del prelievo fiscale durante Destra storica a ragazzi hanno rilevato analogie con la situazione politica attuale; in un’altra classe ho interrogato sul De rerum natura discutendo con un mio studente sul valore connotativo dell’espressione capta lepore; in quinta gli studenti stavano svolgendo l’esercitazione di Seconda Prova, ma prima che finisse l’ora uno si è avvicinato lo stesso e mi ha consegnato la sua tesina sulla Resistenza perché la correggessi.

È stata una giornata normale. Fatta di piccole storie che si ripetono. Una giornata normale dove il senso del vivere nelle aule è apprendere, mettersi alla prova, fare fatica, capire, accendere desideri più che avere obiettivi.

La bomba davanti alla scuola di Brindisi è un attentato a tutto questo. E chiunque l’abbia messa ha colpito proprio questa forza che ci fa credere come la scuola, nonostante tutto, sia uno dei migliori luoghi possibili, perché dentro ci vivono grandi e piccole storie che si stanno attrezzando per costruire il loro futuro.

Un pensiero a chi è morto dovrebbe ricordare che noi dobbiamo prenderci cura per le nostre piccole cose sacre, difendendo il meglio che accade ogni giorno.

Oggi ne ho discusso con Piervincenzo Di Terlizzi. Lui suggeriva che sarebbe bello che il 19 maggio diventasse la Giornata per la cura delle piccole cose sacre di ciascuno di noi.

Carnevale fuori stagione

I carri e i coriandoli in Quaresima scuotono le stagioni anche per chi non crede che tra quindici giorni è Pasqua.
Lo so, chi ha lavorato tutto l’anno ad allestirli deve rientrare con le spese (del biglietto).
Un altro argomento a favore è che così le famiglie si divertono la domenica pomeriggio e i bambini si travestono ancora.
Però il retrogusto che lascia lo spettacolo è quello di un cappotto d’estate perché non lo si è indossato abbastanza d’inverno.

Alla ricerca del ristorante postmoderno

Tempo fa ho avuto un’idea per la conferenza di marzo sul postmoderno, suggerita da Raccontare il postmoderno di Ceserani: iniziare il discorso dicendo che il postmoderno è un ristorante molto colorato dove i clienti, che possono vedere la cucina da una parete di vetro,  scelgono con entusiasmo tra piatti multietnici (giapponese, cinese, bolognese, araba, spagnola…),  tutti rivisitati con un pizzico di nouvelle cousine.

Mi sembra un buon modo per rappresentare l’ibridazione ironica, la trasparenza, l’accettazione della caoticità del presente.

Poi ho letto il saggio di Monica Jansen – un gioiellino – in cui si diceva che in Requiem  di Tabucchi c’era la descrizione di un ristorante postmoderno dove l’io narrante mangia strane pietanze di pesce con il fantasma di Pessoa.

Mi sono detto: se l’ha già fatto Tabucchi, sfruttiamo Tabucchi.

Grazie a Mauro del Segno, mi sono subito buttato a capofitto nella lettura di Requiem. Ma niente ristorante.

Stavo già pensando cose brutte sulla Jansen (che mi aveva ingannato, perché l’unico ristorante della prima parte dell’opera è una bettola), quando sono arrivato alla parte finale del libro ed eccolo comparire. Perfetto.

Ora il mio intervento avrà un inizio magnifico.

PS. Da notare che la ricerca del ristorante ha seguito un percorso postmoderno, in cui realtà e letteratura si sono compenetrate, sebbene la realtà (forse) abbia avuto la meglio. Perché Habermas, in fondo, ha ragione su Lyotard.

Per una nuova sociologia del cuc

Il cuc (Cucùlus canorus nella classificazione linneana) è, secondo il Dizionario  del dialetto veneziano del Boerio (Venezia, 1856), un uccello più grosso d’un Merlo, così detto dal suono del suo verso Cu cu. Uno dei suoi comportamenti abituali è il parassitismo di cova, ovvero deporre il proprio uovo nel nido di altri uccelli. In particolare la femmina depone un solo uovo in ogni nido da aprile in poi per un totale di circa 15-20. Le uova somigliano molto a quelle della specie “ospite”. Alla schiusa (che di norma avviene dopo circa 12 giorni), il piccolo del cuculo, con l’aiuto del dorso, si sbarazza delle altre uova presenti nel nido e non ancora schiuse, presentandosi quindi nel nido come l’unico ospite. I genitori adottivi vengono ingannati da questo comportamento e nutrono il cuculo come se fosse un proprio nidiaceo per 2-3 settimane (fonte: wikipedia).

Non stupisce dunque che nel linguaggio popolare l’espressione veneta andar a cuc o lâ cuc in friulano indichino lo sposo che va ad abitare in casa della sposa (cfr. Dizionario del dialetto di Vittorio Veneto di Zanette, 1980).

Nelle varianti dialettali che conosco vi sono anche le espressioni andar cuc e esser cuc, quest’ultima che riconduce l’atto di abitare in casa dei suoceri ad una ragione gnoseologica dell’identità del cuc.

Tutto ciò è sicuramente il portato di un mondo contadino e di una mentalità maschilista che, con l’affermarsi della società postindustriale, sta scomparendo sotto l’egida dell’omosessualizzazione del maschio e della uomizzazione della donna, nonché della condizione trans dei generi.

Tuttavia, nonostante questa metamorfosi irreversibile del mos, la scelta di vivere nella casa del suocero tende comunque ad essere considerata con un certo imbarazzo, perché prevale l’orgoglio atavico del maschio guardiano della propria caverna costruita da sé: accendere un mutuo, mangiare uova e scatolette, piuttosto riposare sotto un ponte, ma mai, in quanto costituisce un’implicita ammissione di un’indole pericolosamente flessibile che, agli occhi dei pari, magari davanti ad una birra il venerdì sera, induce laceranti sensi di colpa malcelati da ironico languore.

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