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Recensione de La gravità su La ginestra
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Padroni a casa nostra. La memoria senza rimpianti per superare la malattia dello spaesamento
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Pubblico in anteprima un articolo sull’ultimo libro di Villalta che sarà presente nel prossimo numero (imperdibile) dell’Ippogrifo.
In questo libro Villalta riesce a dar forma ai motivi e alle spinte di tutta la sua esperienza letteraria, unendo la sua memoria narrativa e poetica alla capacità di osservare la storia recente del territorio e cogliendo le radici dei suoi cambiamenti.
Perché a Nordest siamo tutti antipatici è un sottotitolo di certo seducente, anche se fuorviante perché, se è vero che fuori, talvolta, siamo percepiti così, e se è vero che noi forse consideriamo la simpatia tempo perso, meno utile della vocazione, anche querula, ai sacrifici, le ragioni di questo risentimento sono altre e attraversano i mutamenti antropologici e sociali del territorio. A cominciare dal passaggio dall’economia agricola a quella industriale, che ha segnato la fine della civiltà contadina, definita da Charles Peguy il più importante avvenimento della storia dopo la nascita di Cristo. I nostri nonni e i nostri padri sono gli ultimi appartenenti a quella civiltà, segnata dalla miseria (legata a sua volta, sostiene l’autore, alla storica mancanza sia di una classe imprenditrice adeguata sia di una forte autonomia politica, oltre che a un basso livello di istruzione), ma fiduciosa nel futuro. Anzi, proprio questa epica del progresso, basata sul lavoro e la capacità di produrre, ha permesso il miracolo economico del Nordest, perché la vocazione ai sacrifici è stata strumento di emancipazione sociale e di libertà individuale. Da qui il mito dei schei, la rivendicazione dell’ignoranza contrapposta alla cultura, il primato del fare su altre forme di conoscenza, non capendo che, in realtà, il saper fare era un modo per misurarsi con quella cultura.
In altre parole, il benessere non è stato creato dai falò e dai filò, dalla tradizione di un passato oggi rispolverato con accenti ideologici e nostalgici, ma dalla determinazione a migliorare la propria vita sul piano economico e sociale, riscattando proprio quella povertà di partenza.
Nel libro sono così ricordate con grande forza icastica le figure dei metalmezzadri, che badavano ai campi una volta usciti dalla fabbrica, ancora con la tuta blu, degli artigiani e dei molti Encio Carniel, capace di arrivare in osteria con i capelli sporchi di segatura nella sua Bmw.
È anche il terremoto del 1976 a creare la fine dell’isolamento arcaico, di cui parla Piovene nel suo Viaggio in Italia, e l’irruzione della modernità, con le industrie e l’agricoltura di mercato.
Tutto questo oggi viene dimenticato, la memoria di quel mondo viene deformata in nome dell’urgenza del presente. Si assiste così al rimosso delle illusioni e alla selezione dei ricordi di comodo. La conseguenza è che in qualche modo quella realtà viene sostituita da una visione pubblicitaria promozionale, fatta di cucina tradizionale e vini del territorio e nella quale sono scomparse le osterie dalle piazze, sostituite dalle hostarie site in luoghi più accattivanti, mentre nelle piazze sono sorti bar che tentano di ricoprire la stessa funzione delle osterie in passato (per qualcuno sono in effetti l’alternativa maschile al lavoro), magari inventandosi nomi tipo Snak bar Al Canton o Bar ricevitorial al Curtif.
Per ricostruire una narrazione del Nordest, riconsiderarne in modo corretto il passato è il punto di partenza, necessario per superare la stessa crisi dell’idea di futuro, schiacciato in un continuo presente che, da un lato, costringe i giovani a comportarsi già come adulti (come se a loro non si imponesse nulla purché loro facciano altrettanto con noi), dall’altro crea la sindrome del mantenersi giovani e brillanti nel tempo, rivelando una certa immaturità nel non accettare lo scorrere dei giorni.
Bisogna invece ascoltare il presente attraverso le nuove vie comunicative e predisporre spazi per il confronto, per poi creare un’influenza, una capacità persuasiva che possa immaginare un futuro dove non necessariamente ci sia spazio per i rimpianti, perché l’esperienza di una volta non può più essere rivissuta ed è quindi inutile per affrontare il presente.
La classe politica nordestina sinora non è riuscita a fare ciò, sia perché per l’homo del Nordest la politica in sé non è molto importante (prima di tutto bisogna saper fare il proprio mestiere) o lo è solo nella misura in cui s’interessa a migliorare l’economia, sia perché oggi la politica non sembra porsi interrogativi complessi in grado di dare una direzione al territorio, giacché impegnata a raccogliere il consenso popolare a breve termine, intercettando le sue paure.
D’altra parte, la cancellazione della memoria si ripercuote sul dialogo stesso tra le generazioni. La sua causa non è, sostiene Villalta, nel prevalere dei caratteri della modernità della famiglia, quanto piuttosto, riprendendo Sloterdijk, l’accumulazione di una frustrazione mediatica che non riesce a trovare canali per sciogliersi, generando risentimento e invidia. A ciò si aggiunga che la rivoluzione informatica ha già scandito uno spartiacque generazionale, nel senso di una simultaneità frammentata della rete e di una percezione diversa delle relazioni comunicative.
Del resto la stessa amnesia psicologica si registra anche tra le generazioni letterarie che non si sono riconosciute perlomeno durante tutto un blackout di trent’anni circa, dagli anni Sessanta agli anni Novanta, dalla generazione dei Meneghello e degli Zanzotto a quella di Bugaro, Covacich, Scarpa.
Ciò che occorrerebbe al Nordest è dunque la rimozione dell’oscuramento mediatico, che lo fa apparire solo come contenitore di cronaca, spesso nera, o nel suo dialettismo bozzettistico o, ancora, come proposta culturale celebrativa (cfr. le rievocazioni storiche), mai intesa come momento di discussione.
Oggi si ha del Nordest la percezione di un uniforme paesaggio industrializzato e urbanizzato (sì, esistono ancora i fantasmi di Erto, le colline di Zanzotto o i microcosmi di Magris, ma anche gli spianamenti, i disboscamenti, gli interramenti, l’abbandono di case coloniche, il sorgere di chiese «moderne», le piantagioni esotiche), cui fa da contrappunto la zanzottite, il lamento incondizionato per la distruzione del paesaggio, che non riflette sulle cause del cambiamento.
Se nel 1975 Pasolini si lamentava per la scomparsa delle lucciole, oggi esse sono tornate perché diverse aree che costeggiano centri commerciali o le autostrade, non più coltivate, si sono inselvatichite. E questo non è bene. Inoltre, afferma Villalta, le lucciole sono ricomparse, ma non le vede più nessuno, tranne forse i runner, poiché nessuno più sta fuori, neppure i vecchi, persi davanti ai giochi a premi in tivù.
Piuttosto oggi ad essere scomparso sembra il buio, sostituito da una continuità di luci antropizzate che, paradossalmente, non sono in grado di rischiarare la malattia dei confini, della quale soffre questo piccolo compendio di universo; il loro studio sarebbe necessario alla ri-creazione di una sua identità. Ecco allora che il Nordest antipatico potrebbe divenire un laboratorio di spaesamento, un’avanguardia di quel morbo sottile che sta consumando l’Italia intera.
Il Gazzettino su La Gravità
>Mi ha colpito in due punti l’articolo apparso ieri sul Gazzettino di Pordenone: il titolo (storie in versi) e l’attenzione alla realtà sociale. Questo significa veramente che, una volta licenziato, da un libro sono portati alla luce diversi lati, che ciascun lettore può o meno cogliere. Per fortuna stanno emergendo anche questi aspetti.
Questo è l’articolo:
Raccolta di storie in versi di Cescon
È fresco di stampa un altro volumetto della collana Scilla di Samuele Editore, nata per dare voce a selezionati poeti locali: “La gravità della soglia”, che raccoglie le poesie del pordenonese Roberto Cescon. Oltre ad avere già pubblicato poesie e racconti, al suo attivo l’autore ha anche un saggio su Franco Buffoni, considerato un padre artistico, oltre che amico. La contemporaneità di Cescon si afferma attraverso la scelta di uno stile discorsivo e una lingua povera, che trova il suo afflato poetico nell’asciuttezza e nella sintassi increspata, a volte rotta e sospesa, giocata su un raffinato uso del ritmo e della misura. Il poeta racconta piccole storie, microcosmi di esistenze a testimonianza della realtà sociale e culturale in cui viviamo. Accanto ai dati oggettivi e reali, scandaglia e scandisce anche gli effetti dei mutamenti sociali sulle persone, sui loro pensieri, sulle loro vite. Altro elemento importante è il paesaggio, che diviene interlocutore, ma anche oggetto di analisi. Esso diventa il tramite, quasi il medium, tra ciò che è e con ciò che non è più, facendosi quasi storia.
Antonio Spagnuolo su La gravità della soglia
>Antonio Spagnuolo sul blog poetrydream ha recensito la mia raccolta.
Ecco un estratto: una strana rivelazione si potrebbe concretizzare in versi plasmati con sottile energia, con una sintassi che riesce a concepire sbalzi e fremiti, in equilibrio instabile fra la quotidianità e la rigidità degli accadimenti. Il giovane poeta riesce a coagulare le speranze, tra illusioni e metafore. La scrittura è diligentemente sostenuta per variazioni musicali e ritmi incalzanti, quasi rotture della parola per incedere in misure che succedono per scansioni e ripetizioni :“Le parole quando s’impadronivano/ dei giorni era un modo per salvarsi,/ il solo. Di fronte a quelle teorie/ di alberi rosa aveva un senso allora/ guardare e metterle insieme/ senza però riuscire le ferite/ e i brividi a sentirli sulla pelle/ che significa vivere.”- Appare scintillante ogni rappresentazione della esperienza attraversata da una poesia per la quale ogni senso viene offerto con una forza pregna di sentimento e di accensioni, per quella luminosità che la vita cerca di concedere agli spazi migliori.