Il cuc (Cucùlus canorus nella classificazione linneana) è, secondo il Dizionario del dialetto veneziano del Boerio (Venezia, 1856), un uccello più grosso d’un Merlo, così detto dal suono del suo verso Cu cu. Uno dei suoi comportamenti abituali è il parassitismo di cova, ovvero deporre il proprio uovo nel nido di altri uccelli. In particolare la femmina depone un solo uovo in ogni nido da aprile in poi per un totale di circa 15-20. Le uova somigliano molto a quelle della specie “ospite”. Alla schiusa (che di norma avviene dopo circa 12 giorni), il piccolo del cuculo, con l’aiuto del dorso, si sbarazza delle altre uova presenti nel nido e non ancora schiuse, presentandosi quindi nel nido come l’unico ospite. I genitori adottivi vengono ingannati da questo comportamento e nutrono il cuculo come se fosse un proprio nidiaceo per 2-3 settimane (fonte: wikipedia).
Non stupisce dunque che nel linguaggio popolare l’espressione veneta andar a cuc o lâ cuc in friulano indichino lo sposo che va ad abitare in casa della sposa (cfr. Dizionario del dialetto di Vittorio Veneto di Zanette, 1980).
Nelle varianti dialettali che conosco vi sono anche le espressioni andar cuc e esser cuc, quest’ultima che riconduce l’atto di abitare in casa dei suoceri ad una ragione gnoseologica dell’identità del cuc.
Tutto ciò è sicuramente il portato di un mondo contadino e di una mentalità maschilista che, con l’affermarsi della società postindustriale, sta scomparendo sotto l’egida dell’omosessualizzazione del maschio e della uomizzazione della donna, nonché della condizione trans dei generi.
Tuttavia, nonostante questa metamorfosi irreversibile del mos, la scelta di vivere nella casa del suocero tende comunque ad essere considerata con un certo imbarazzo, perché prevale l’orgoglio atavico del maschio guardiano della propria caverna costruita da sé: accendere un mutuo, mangiare uova e scatolette, piuttosto riposare sotto un ponte, ma lì mai, in quanto costituisce un’implicita ammissione di un’indole pericolosamente flessibile che, agli occhi dei pari, magari davanti ad una birra il venerdì sera, induce laceranti sensi di colpa malcelati da ironico languore.